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Chi è veramente il manager?

Carlo Barberis - HumanTraining

Quanti sono i responsabili di svariate funzioni, ai più diversi strati delle più eterogenee realtà aziendali ed imprenditoriali, che si compiacciono di sfoderare la parola “manager”, soprattutto in riferimento a se stessi?

Il problema è che, per lo più, questo uso linguistico è improprio, per non dire che sconfina nel vaniloquio; e il tutto per una mancanza di consapevolezza e di coscienza critica sulla realtà che con questo termine si pretende di indicare. Immaginiamo allora di fare come Socrate, che, con l’arte della maieutica, interrogava i suoi concittadini ateniesi che presumevano di possedere le definizioni incontrovertibili delle cose, mettendole in discussione fino al punto da far emergerne le interne contraddizioni.

E adottava questo procedimento di confutazione, com’è noto, a fini altamente costruttivi: alla pars destruens della demolizione dell’opinione errata seguiva la pars construens, ossia la presa di coscienza del proprio errore, al fine di rendere l’anima disponibile a elaborare la verità in merito a ciò di cui si discuteva. Se oggi Socrate incontrasse qualcuno fra coloro che pomposamente si autodefiniscono “manager”, verosimilmente gli chiederebbe: “Ma che cosa è un manager?
Ebbene, questo interlocutore inizierebbe, forse, a essere un po’ meno sicuro delle proprie drastiche asserzioni; egli, interrogandosi un po’ a fondo, dovrebbe rendersi conto che tale qualifica non è così scontata.

Essere a capo di qualcuno non è condizione sufficiente per fregiarsi dell’ambito titolo: la vera conditio sine qua non è la preparazione manageriale. Tolto questo requisito, abbiamo il non-manager, ossia il manager privo di ciò che, essenzialmente, definisce la sua figura: e più o meno tutti abbiamo avuto esperienza diretta di quali implicazioni comporti, nelle sue ricadute pratiche, esercitare una managerialità solo esibita: liti e conflittualità tra capo e collaboratori e all’interno del team, inefficienza e cali di produttività dell’èquipe, innalzamenti preoccupanti del turnover aziendale, e la lista potrebbe continuare. Se abbiamo sgombrato il campo dall’equivoco, avremo buon gioco nel comprendere che il vero manager è, innanzitutto, quella figura che sa guidare bene le risorse; e non tutti ne hanno maturato la capacità.

Il che è tanto più da tenere in considerazione, quanto più la professionalità manageriale incide sul successo o sull’insuccesso dei progetti e delle imprese. Il manager è colui che conduce rettamente i propri uomini verso le mete prefissate, attraverso i traguardi e i dissidi che si verificano tutti i giorni. Non sembra allora in discussione l’urgenza di intensificare, a tutti i livelli dell’organizzazione d’impresa, la pratica virtuosa della formazione manageriale, atta a sviluppare competenze chiave. La figura del manager, forgiata dal training continuo, sarà allora pienamente in grado di massimizzare la propria efficienza e di portare l’azienda a raggiungere i propri obiettivi, grazie alla collaborazione degli altri. E questo, operativamente tradotto, implica la messa in atto di azioni positive: dall’osservanza di una rigorosa tenuta etica alla capacità di rendere produttive le energie racchiuse nei collaboratori, passando attraverso la decisione delle linee operative, la definizione dell’ordine delle priorità, la traduzione degli obiettivi in passi mirati e strutturati.

Come non vedere che tutto questo va ben al di là di un titolo che uno si attribuisce alla leggera? Una grande mentalità manageriale poggia il suo fare su un’acuta conoscenza della psiche umana, un sapiente uso delle tecniche di comunicazione, una lungimirante capacità di premiare il merito. Napoleone sovente affermava: “Un capo che non presta attenzione alle necessità dei suoi uomini non dovrebbe comandarli.” E anche Socrate condividerebbe questa conclusione, in quanto essa indica con chiarezza, a chi vuole essere manager nei fatti, la via maestra della formazione e dell’etica.

Carlo Barberis

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