Milano
21°
cielo sereno
umidità: 21%
vento: 3m/s SE
Max 17 • Min 16
Meteo da OpenWeatherMap

Il capitale umano sprecato

Il 48° rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese anno 2014 ha fotografato una società italiana dal capitale umano “dissipato”, “sprecato” pari a circa 8 milioni di persone non utilizzate, che comprendono 3 milioni di disoccupati (di cui il 50,8% giovani) 1,8 milioni di inattivi e 3 milioni che, pur non cercando lavoro, sarebbero disponibili a svolgere un’attività lavorativa.  Sono in costante aumento i N.E.E.T. (Not in Education, Employment or Training) oltre due milioni di giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non sono inseriti in un percorso scolastico o formativo e non sono impegnati in una attività lavorativa (Istat rapporto Noi Italia 2014) una quota superiore a quella media dell’Unione Europea (15,9 %).

Siamo di fronte ad un sistema economico-istituzionale che non riesce a mettere a frutto le competenze disponibili e ciò è allarmante. Il capitale umano è l’insieme di capacità, competenze, conoscenze, abilità professionali e relazionali assimilate dagli individui attraverso l’istruzione scolastica, l’apprendimento, la formazione professionale e tecnica, l’esperienza sul posto di lavoro.

Il capitale umano ha un ruolo basilare per generare il progresso di un Paese, come ha affermato Gary che confrontando la generazione più giovane tra i 25-34 anni, solo il 22,7% possiede livelli di istruzione universitaria a fronte del 36,1% della media europea (rapporto Istat 2014).  Il mancato investimento in capitale umano comporta potenziali ripercussioni nel collocarsi in maniera adeguata nel mercato del lavoro e nel migliorare la propria posizione sociale. Ne è testimonianza il fatto che il centro Nord (2008-2013) presenta una crescita consistente della domanda di bassi skill, inoltre le categorie con livelli di istruzione più bassi sono più esposte ad azioni di riduzione del personale.

Per non essere assoggettati al destino infame di “sciupio” delle capacità e per mancanza di opportunità di carriera molti giovani decidono di abbandonare l’Italia, alla ricerca di nuove opportunità più gratificanti e basate su un sistema di merito che premia chi più produce, chi ha la voglia e la capacità di lavorare e fornire un serio contributo all’azienda.

In Italia per fare carriera spesso le capacità, le competenze non sono tutto, occorrono le “buone” conoscenze in un sistema di nepotismo dilagante, iniquo e sproporzionato. E’ davvero preoccupante come l’aumento del livello di istruzione anziché produrre lo sviluppo desiderato dia origine ad uno spreco di capitale e talento umano qualificato, con una inevitabile migrazione qualificata.

E’ inaccettabile la dissipazione intellettuale che è fondamentale per accrescere la produttività di un Paese ed implementare il successo di un’azienda, che come ben si sa è dato dall’insieme di asset tangibili/contabili e di risorse intangibili. In questo contesto così variabile dove le competenze si deteriorano per chi ha perso il lavoro e trascorre lungo tempo disoccupato, dove la gestione del cambiamento rappresenta una grande sfida, bisogna credere fortemente in sé stessi ed Becker, premio Nobel nel 1982, il quale nell’ambito del festival dell’economia di Trento (2007) disse: “Il successo e la crescita saranno in quei Paesi che sapranno investire nei propri cittadini. Perché il capitale umano è sempre più importante; perché non basta possedere petrolio e materie prime per prosperare…. le persone sono importanti”. Secondo Becker il miglior investimento è la conoscenza, che è il fondamento di ogni aspetto della vita umana.

La formazione ha ricadute nella sfera economica dell’individuo, ma anche sulla salute, il matrimonio, la famiglia, la crescita dei figli, la capacità di pianificare meglio le risorse, migliorare l’adattabilità agli imprevisti. Dai risultati del Human Capital Report stilato dal World Economic Forum, emerge che l’Italia investe poco in capitale umano e si classifica al 37° posto su scala mondiale e nell’eurozona è superata solo da Lettonia, Croazia, Polonia, Grecia. Secondo l’ISTAT –rapporto annuale 2014- vi è una scarsa valorizzazione delle competenze dei lavoratori più istruiti. Tra i laureati l’incremento di quanti svolgono professioni a basso-medio skill è del 30% a fronte di un 8,6% di quanti svolgono lavori che richiedono skill elevati. La crisi ha indotto i lavoratori più istruiti ad accettare occupazioni che richiedono competenze inferiori a quelle possedute.

Si tratta di un fenomeno infido che intrappola i lavoratori in attività insoddisfacenti che non consentono di sfruttare totalmente il loro potenziale e che possono portare all’obsolescenza delle competenze possedute inizialmente. In Italia nel 2013, solo il 16,3% delle persone tra i 25-64 anni ha un titolo di studio universitario, contro il 28,4% della media europea. Mentre, nel 2013, la sovra istruzione è più elevata per le donne (25,3% contro il 21,2% degli uomini). Lo svantaggio a livello di istruzione è presente anche confrontando la generazione più giovane tra i 25-34 anni, solo il 22,7% possiede livelli di istruzione universitaria a fronte del 36,1% della media europea (rapporto Istat 2014).

Il mancato investimento in capitale umano comporta potenziali ripercussioni nel collocarsi in maniera adeguata nel mercato del lavoro e nel migliorare la propria posizione
sociale. Ne è testimonianza il fatto che il centro Nord (2008-2013) presenta una crescita consistente della domanda di bassi skill, inoltre le categorie con livelli di istruzione più
bassi sono più esposte ad azioni di riduzione del personale.

 

In questo contesto così variabile dove le competenze si deteriorano per chi ha perso il lavoro e trascorre lungo tempo disoccupato, dove la gestione del cambiamento rappresenta una grande sfida, bisogna credere fortemente in sé stessi ed accrescere
il know how, puntando sulla formazione tecnica e relazionale, per acquisire skill sfruttabili nel mondo del lavoro. Occorre diventare black swan (cigno nero) e distinguersi dalla grande massa, stimolare il desiderio di lasciare un segno positivo di sé, dando il proprio contributo. Il sistema scolastico non è sufficientemente forgiato a dare una preparazione tecnica in sintonia con le esigenze e le richieste del mondo del lavoro. Dal canto loro le aziende stringono i lacci alla formazione soprattutto se è rivolta ai lavoratori assunti con contratti da precari, a scadenza.

Bisogna spezzare questo circolo vizioso, incoraggiare le Istituzioni ad investire di più sulla formazione di qualità, a sfruttare i progetti formativi finanziati dal fondo sociale europeo.
Diversamente c’è a rischio il fallimento non solo della prospettiva esistenziale della singola persona, che rischia di vivere in un perenne stato di frustrazione, ma anche delle istituzioni in senso generale.
La formazione nei momenti di crisi non è una spesa inutile su cui fare tagli, al contrario rappresenta un vero paracadute per promuovere l’innovazione, aumentare la produttività e la redditività.

La formazione è un investimento che gli individui devono fare su sé stessi per intensificare le loro conoscenze, per accrescere la loro spendibilità sul mercato del lavoro, scongiurando il rischio di diventare capitale umano sciupato; le persone senza  qualificazione rischiano l’esclusione sociale. Dal canto loro le aziende, soprattutto nel periodo di scarsità delle risorse, devono comprendere che non è plausibile ridurre l’investimento nel capitale umano e nella formazione che rappresentano risorse chiavi di crescita economica delle imprese nel medio- lungo periodo.

Questo Sito Web raccoglie alcuni Dati Personali dei propri Utenti con modalità e finalità descritte nel link a seguire 'Policy Privacy'. Continuando ad usare il nostro sito web si acconsente all'utilizzo dei cookies anche di terze parti Policy Privacy
Hello. Add your message here.